Associazione Sant'Antuono & le Battuglie di Pastellessa - Macerata Campania (Caserta)
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La Festa e le Battuglie di Pastellessa

La festa in onore di Sant'Antuono (Sant'Antonio Abate) è forse la festività più importante e sicuramente più sentita dal popolo di Macerata Campania e dalle popolazioni dei paesi limitrofi. Essa rappresenta un momento storico, culturale, artistico–folcloristico dell'intera cittadinanza e viene celebrata il 17 di gennaio di ogni anno. Il periodo di festeggiamento è inoltre completato dal sabato e dalla domenica che lo precede.
Un mix di religiosità, folklore, tradizioni e partecipazione popolare, la festa di Sant’Antonio Abate è soprattutto questo.
L'evento nella sua interezza è caratterizzato sia da momenti dedicati al culto del Santo, che da momenti di puro e storico folklore popolare. II culto, inteso come devozione e venerazione, che i maceratesi tributano a Sant'Antonio Abate segue i normali canoni della liturgia ecclesiastica e, nei giorni di festività, questi si concretizzano in funzioni religiose come da liturgia. Per quanto riguarda il folklore abbiamo la tipica ed ineguagliabile sfilata delle "Battuglie di Pastellessa", ovvero dei "Carri di Sant'Antuono", sui cui trovano alloggio i cosiddetti "Bottari", i quali ripropongono l'antica sonorità maceratese dall'omonimo nome la "Pastellessa" (o "Pastellesse").
La particolarità legata ai Bottari e alla Pastellessa è dovuta essenzialmente alla tipologia di strumenti musicali utilizzati: i classici e conosciuti strumenti musicali, sono sostituiti con botti, tini e falci, cioè con strumenti e arnesi di uso contadino che assumono una nuova veste di natura musicale. «Le percussioni ottenute dal battere continuo dei magli sulle botti, il rollio delle mazze sui tini e gli alti ottenuti battendo dei ferri sulle falci portano alla creazione di quel "magico" suono chiamato Pastellessa».

Macerata Campania, XIII sec. ... la vera origine della Pastellessa!
Per capire come è nata l'antica tradizione dei Bottari e la festa di Sant'Antuono a Macerata Campania bisogna fare un passo indietro nel tempo fino ad arrivare al XIII secolo. Al tempo il paese di Macerata Campania si presentava come una comunità prevalentemente agricola ed artigianale, dove il lavoro dei campi richiedeva l'uso di una ricca gamma di attrezzi e strumenti che venivano fabbricati dagli artigiani locali. La past'e'llesseCostoro, durante le tradizionali fiere agricole, per evidenziare la solidità degli attrezzi da un lato e per attirare l'attenzione dei passanti dall'altro, percuotevano con magli le botti, con mazze i tini e con ferri le falci, creando una commistione di suoni che scoordinati ed asincroni apparivano persino assordanti, ma che con i voluti o forse fortuiti miglioramenti ritmici, portarono alla creazione di quelle peculiarità sonore che ancora oggi caratterizzano la Pastellessa.
Un'antica legenda popolare vuole, inoltre, che la Pastellessa sia nata come rituale per "scacciare il male": infatti si racconta di contadini che percuotevano freneticamente botti, tini e falci nel tentativo di scacciare gli spiriti maligni dagli angoli bui delle loro cantine. Questo rituale ripetuto poi all'aperto, secondo l'antica legenda, rappresentava un aiuto propiziatorio per il buon raccolto.
Nato come rituale pagano, questa tradizione è confluita nella festa religiosa in onore di Sant'Antonio Abate, patrono degli animali e Santo protettore dalle avversità del fuoco.

Una curiosità: Il nome "Pastellessa", la caratteristica sonorità maceratese, deriva da una specialità tipica della cucina povera: la past'e'llesse o past'e'llessa (pasta con le castagne secche). In occasione della festività di Sant'Antonio Abate, la tradizione vuole che si prepari tale ricetta.

Nelle polverose carte conservate presso gli archivi, ed in particolare nel catasto onciario di Macerata del 1754, nato per volere di Carlo III di Borbone il quale nel 1740 impose alle varie Università del Regno di Napoli la formazione dei relativi catasti per avere un controllo di tipo fiscale più accurato (dal medioevo e fino al XVIII secolo ogni nucleo demografico di una certa consistenza numerica del Regno di Napoli era qualificato come Università del Regno), si possono leggere i mestieri che si esercitavano in Macerata ai quali viene fatta risalire la manifestazione di Sant'Antuono. Accanto ai numerosi braccianti e «fatigatori della terra» vi era una larga schiera di galessieri, vaticali, ferrari, maniscalchi, bottai, manesi, tutti specializzati nella produzione di traini, botti, tini, falci e altri strumenti e arnesi che, combinati sui carri, segnano lo strumentario dei carri di pastellessa con le loro Battuglie. Ancora i documenti offrono delle testimonianze su questa festa. In un bilancio predisposto dall'Università di Macerata per l'anno contabile 1791-1792 vi è stanziata la somma di 20 ducati necessari per le feste del Santo Protettore S. Martino e per la festività di «S. Antuono Abbate» segno delle lontani origini della festa.

Sempre nel XVIII secolo, il 12 aprile 1766, il re del Regno delle Due Sicilie, Ferdinando IV, terzo genito di Carlo di Borbone ed Elisabetta Farnese, che succedette al padre nella guida del Regno, restandovi fino al 1825, concesse al <...paroco de la tierra de Macerata del Casal de esa ciudad ed Real Permiso, para poder continuar la questua para la fiesta y capella de San Antonio...>.
Il parroco in questione era don Gonsalvo Peccerillo, che dalla sua Chiesa di Casalba (S. Maria delle Grazie, nda) fu promosso titolare della Chiesa di S. Martino Vescovo in Macerata (Campania, nda) nell'anno 1760.
La nuova sede lo dotò della nomina di Abate, titolo di cui si fregiano i parroci di Macerata Campania da antichissima data.
Con tale carica, nel 1766, risolse una petizione alla Maestà del Re per essere autorizzato ad effettuare una questua nella nuova parrocchia al fine di celebrare la festa di S. Antonio, <...solita a farsi ogni anno in onore del Santo, a cui i cittadini professano grandissima devozione...>, scriveva don Gonsalvo Peccerillo.

Un'altra importante testimonianza del passato della Festa di Sant'Antonio Abate a Macerata Campania è rappresentata senza dubbio da una delle canzoni più antiche, o che meglio ritorna alla mente, cantate sulle Battuglie di Pastellessa a Macerata Campania: "Per la Festa di Sant'Antuono", la quale ci riporta ad inizio XX secolo.

Per la Festa di Sant'Antuono

Vedite che ve caccia Macerata
pe chistu Santo vanno ascì a mpazzì.
Se scassano i strumiente int'a sunata,
ma chistu vizio nun se po perdì.
Ce sta Pascal a Vorp ca pur'iss fa furore
e quas tutt' ll'ann semp a votta adda scassà.

A festa e Sant'Antuono è n'alleria
'e suon e sti guagliun a pazzià.
Dicen tutt'a gent e sti paise
"Jammo a verè a festa e n'anno fa".

Sunammo caccavelle, siscarielle, scetavaiasse e bughetibbù
'e fest comm a chesta nun se ne fanno cchiù.

Vedite che ammuina ngopp a chiesa,
se spar o ffuoco che è na rarità.
Chill ca port o ciuccio corr e spara
'e a gent allucca e corre pe scappà.
Ce sta Pastellessa ca pur isso se ra a fa,
o carr ammartenat della banda a cumannà.
Verit Pastellessa che v'ha saput fa.

Sunammo caccavelle, siscarielle, trummettelle e bughetibbù
na festa comm'a chesta nuie nunn'a verimme cchiù.


La canzone risale ai tempi del famoso Capobattuglia "Zi Antonio 'e Pastellessa" e del Bottaro "Pascale a Vorpe" (Pasquale Ventriglia), il quale nacque a Macerata Campania il 5/10/1888. Molto presubilmente il testo è stato composto fra il 1910 e il 1920, quando "Pascale a vorpe" aveva 20-30 anni.

La festa di Sant'Antuono
La festa in onore del Santo è caratterizzata da quattro momenti legati alla devozione e alla tradizione folkloristica maceratese:
- il fuoco ("Cippo di Sant'Antuono");
- la sfilata dei "carri di Sant'Antuono";
- i fuochi pirotecnici "figurati";
- la "riffa".

La lampaIl fuoco (Cippo di Sant'Antuono)
Una delle rappresentazioni iconografiche del Santo più ricorrente è una fiamma che arde: il fuoco purificatore che ricorda come questo Santo sia considerato anche il vincitore del male, colui che sconfisse il diavolo.
I paesi della provincia di Caserta, e non solo, si sono tramandati di anno in anno la manifestazione di religiosità della "lampa", che viene solennizzata col l'accensione del famoso "Cippo di Sant'Antuono".
Il "Cippo" (o "Ceppo"), che usualmente si realizza con un bello fascio di legna, viene acceso dalla gente nelle strade e nelle piazze fin dalle prime ore della sera del 17 gennaio, per solennizzare il giorno dedicato a Sant'Antonio Abate.
A Macerata Campania è oramai tradizione accendere il Cippo nella serata che precede il 17 gennaio, in modo che possa ardere tutta la notte fino a consumarmi per quando è mattina. L'accensione del ceppo avviene a termine della sacra funzione, condotta dall'Abate curato di Macerata Campania, dedicata al Santo, in cui avviene tra l'altro la benedizione degli animali. Nella stessa giornata vengono eseguiti i giochi tradizionali che richiamano gli usi e costumi di un tempo che fu, come il tiro delle funi, il palo di sapone, la rottura delle pignate, la corsa nei sacchi e nelle carriole, il tutto seguito da un buon piatto di past'e'llesse (pasta con le castagne secche) accompagnato da un bicchiere di vino offerto dal Comitato dei festeggiamenti.

La sfilata dei carri di Sant'Antuono: la Festa dei Bottari
La sfilata dei "carri di Sant'Antuono" è il momento più importante del folklore maceratese. E' usuale indicare il "carro di Sant'Antuono" con un altro termine, abbastanza distinto dal primo, ovvero con l'appellativo di "Battuglia (o Pattuglia) di Pastellessa".
Per questa occasione vengono allestiti dei carri, ovvero le "battuglie", di una lunghezza media di 16 metri e larghezza e altezza di 3.50 metri, su cui trovano alloggio i cosiddetti "Bottari", cioè 50, se non di più, persone dedite a suonare su botti, tini e falci.
Carro di Sant'Antuono (anni '50)Nella tarda mattinata del 17 gennaio, ultimo giorno della festività di Sant'Antonio Abate, tutti i carri si dispongono lungo il corso della via Garibaldi a Macerata Campania. Da qui poi partono, uno alla volta, per esibirsi davanti al Comitato dei festeggiamenti, alle varie associazioni ed autorità, nella piazza al centro del paese, dove il popolo si raccoglie per assistere all'esibizione e all'accensione dei fuochi pirotecnici "figurati".
E’ questo il culmine della festa: le voci della piazza, la frenesia della folla, il suono assordante degli strumenti si fondono e rendono questa esperienza unica e coinvolgente.
Il suono, prodotto con strumenti di evidente cultura rurale ed artigianale (lavorazione del legno), scandisce arcaici ritmi processionali: il ritmo a "pastellessa" , il ritmo a "muorte" e il ritmo a "tarantella". Le botti, le tinelle (i cupelle) e le falci (i faucioni), semplici attrezzi da contadino e prodotti da artigiani locali (i mannesi o maestri d'ascia), diventano, sapientemente percossi da un gruppo di persone, degli strumenti musicali che producono ritmi molto caratteristici.
L'esibizione dei carri, il 17 gennaio, è il momento finale di una serie di preliminari che sono i tasselli che formano l’intera "immagine del carro 'e Santantuono" , a volte chiamato "a battuglia e pastellessa".
Il primo tassello è quello dell'allestimento (preparazione) dei carri. La "battuglia" dell'anno precedente inizia ad individuare il percorso preparatorio ed a distribuire incarichi e mansioni. Alcuni preparano il piano di interventi strutturali e di ampliamento della superficie di carico del carrello/rimorchio (che poi diverrà il carro 'e Santantuono). Altri iniziano a controllare la sonorità di botti e "cupelle" e ad intervenire con il procedimento della battitura dei cerchi e delle doghe, nel caso che le botti o le tinelle risultassero desonorizzate. Altri pensano alla scenografia e studiano drappeggi, colori, slogan. Altri ancora si dedicano al problema musicale, riascoltando le registrazioni dell'anno precedente e decidendo quali filastrocche scegliere o se proporne di nuove.
Tutti questi interventi mirano a preparare il carro per il giorno della festa. Anche ora il "carro" è il centro di tutta la manifestazione di religiosità, oggetto e soggetto centrale di un folklore iniziato moltissimi secoli addietro!
Alla fine dei preparativi il "carro di pastellessa" si presenta, al di là di addobbi, festoni, catenelle di carta ed altri ornamenti colorati, sostanzialmente come un grosso carro con dei rami di palma disposti ad arco con l'effigie di "Sant'Antuono" appesa al primo arco di palme a significare che l'aspetto folcloristico è motivato dalla devozione al Santo.
Sul piano di carico, modificato a seconda delle esigenze di spazio necessario per la sistemazione di botti, tinelle, falci e suonatori, viene posto un impianto di amplificazione.
La parte bassa (ruote, balestre, putrelle e travi) viene poi coperta con un telo, che, chiuso a punta davanti e dietro, dà al carro la parvenza "non intenzionale" di una nave, come a voler rievocare la fantomatica leggendaria credenza che il Santo si sia trasferito dall'Egitto in Italia a bordo di una nave. Ma ciò non risulta a verità perchè in "BIBLIOTHECA SANCTORUM", a pagina 113, è esplicitamente detto: "Le reliquie, trasportate ad Alessandria e deposte nella Chiesa di S. Giovanni Battista, verso il 635, in occasione dell'invasione araba dell'Egitto, furono rilevate e portate a Costantinopoli. Di qui, nel secolo XI, passarono alla Motte–Saint–Didier in Francia, recate da un crociato al suo ritorno dalla Terra Santa!".
Anticamente i carri venivano allestiti su carrette e trainati da persone. Successivamente le carrette furono sostituite da carri trainati da buoi o da cavalli ed abbelliti con frasche di palme, sotto le quali trovavano alloggio i "suonatori", con i rispettivi peculiari strumenti, e il "capo battuglia", il quale scandiva il tempo e la durata dell'esecuzione.
Oggi tutti hanno sostituito col trattore il lavoro del bue e del cavallo, e i carri hanno aquisito dimensioni molto più imponenti di quelli originali, ma nonostante ciò, la manifestazione conserva ancora i contenuti tradizionali.
I carri, così preparati, sfilano per le vie del paese e dei paesi limitrofi, mentre gli occupanti cantano filastrocche, mottetti e cantilene e percuotono ritmicamente botti, tini e falci .
La specifica presenza della botte, della "cupella" e delle falci, e non d'altro, nell'iconografia folcloristica del tradizionale "carro di pastellessa" hanno un significato simbolico che riporta questa tradizione risalente a tempi antichissimi. Capua antica (attuale Santa Maria Capua Vetere) e i "pagus" (villaggi) con essa conurbati erano rinomati per l'ottima qualità di falci e funi da loro prodotte. Ciò è facile rilevare dalla lettura della "Storia civile di Capua" di F. M. Granata. Dalla stessa lettura si può evidenziare che con l'incremento dei commerci il trasporto di vettovaglie, vino, oli, granaglie, fatto con recipienti in creta o con i "vasa picata" (cioè contenitori di sparto (ginestra) in tessuti ed impermeabilizzati con cera e pece; potevano contenere anche liquidi), si dimostrò improduttivo sulle lunghe distanze... e si fece ricorso a contenitori in legno! Si cominciarono a costruire botti, tini, sili e quant'altro fosse utile a conservare, stoccare e trasportare i prodotti dell'agricoltura . E' questo retaggio culturale–agricolo–artigianale la giustificazione della presenza di tali oggetti sul maceratese "carro e pastellessa".

I fuochi pirotecnici figurati
I fuochi pirotecnici figuratiL'iconografia tradizionale dei fuochi pirotecnici "figurati", che rappresentano un altro importante tassello del mosaico del folklore maceratese, comprende la presenza di un'immagine femminile (a signora), di un animale domestico (u puorco), di un animale da tiro (u ciuccio) e di un attrezzo da lavoro (a scala) .
La "signora e fuoco": la figura femminile rappresenta il demonio negli episodi delle "tentazioni" nella vita del Santo. La più antica versione degli attacchi demoniaci al Santo è quella delle sei scene degli affreschi del portico di S. Angelo in Formis (Caserta), databili al XII secolo .
Questo tema del Santo tentato nella carne dal demonio a forma di donna è quello più caro all'iconografia popolare. In aspetto discinto, castigato, giovane, vecchia o dal viso angelico la donna/demonio è identificata nell'immagine di cartapesta che viene bruciata in piazza a significare l'alto potere (in senso figurato) del fuoco purificatore.
Il ciuccioIl "porco": per quanto concerne la presenza del porco nell'iconografia di Sant'Antonio, anche per Macerata, essa è da attribuire alla tradizione popolare secondo la quale nel maiale deve vedersi il diavolo, che, sconfitto dal Santo, fu da Dio condannato a seguire il Santo sotto questo aspetto.
Il "ciuccio": non vi è spiegazione logica nel rito della distruzione con il fuoco purificatore di un animale domestico di cui il Santo è protettore! Il "ciuccio" sta a rappresentare qualche altro essere animalesco che sia stato l'immagine falsa sotto la quale il demonio si è presentato al Santo per tentarlo o per contrastarne il percorso verso la santità. Questa ipotesi è riferibile al secondo dei tre momenti descritti nella "Leggenda Aurea": l'incontro di Sant'Antonio con un "centauro" durante il suo viaggio per recarsi a visitare San Paolo. La "mostruosità" dell'essere mitico, metà uomo e metà cavallo, con la quale il demonio si presenta al Santo, diventa nella credenza popolare un "ciuccio immondo", non protetto dal Santo e perciò da bruciare assieme agli altri simboli del demonio!
La "scala": la presenza di una scala nella iconografia del folklore di Sant'Antonio Abate è una prerogativa esclusiva di Macerata Campania perchè non vi è presenza d'essa nei testi di chi si è occupato dell'argomento. Non si ha notizia neanche della eventuale motivazione giustificativa di quella presenza, a meno che non si tratti di un ex–voto riferibile a qualche miracolo operato dal Santo e nel quale la scala assume una presenza negativa, demoniaca e perciò da purificare.
Questi quattro simboli rappresentano per il popolo l'aspetto prevalente della figura di "Sant'Antuono" e la sua forza protettiva dalle insidie del mondo. La loro distruzione col fuoco, con il popolo festante, rappresenta la vittoria del bene contro il male, dell'uomo di fede contro le tentazioni terrene.

La riffa
La "riffa" è il momento di chiusura di tutto l'impianto delle manifestazioni folkloristiche di "Sant'Antuono". La festa si chiude con la vendita all'asta dì tutti i beni in natura (e non!) raccolti durante la processione del Santo oppure offerti in precedenza dai credenti. L'asta di questi beni in natura si fa per raccogliere soldi da distribuire in beneficenza. Oltre alla vendita all'asta dei beni in natura offerti dal popolo, a Macerata Campania, si sorteggia un maiale allevato da alcune famiglie per coprire parte delle spese.

La riffa   La riffa

Tratti caratteristici della Battuglia di Pastellessa
La tradizione ci ricorda e ci insegna che sul carro, inteso come Battuglia di Pastellessa, devono trovare posto:
- Le palme: nell'allestimento del carro non dovrebbe mai mancare questo simbolo e segno caratteristico delle origini egiziane di Sant'Antonio Abate. Inoltre si dovrebbero evitare argomenti che si allontanano dalla tradizione della presente festività o che sono legati al Carnevale.
- Le botti: è il simbolo più significativo della Battuglia di Pastellessa; essi vengono suonate percuotendo i cosiddetti "mazzafuni" sul fondo della botte. Si ricorda che probabilmente l'origine della festa in onore di Sant'Antuono, è dovuta alla presenza nel paese di Macerata Campania di mannesi e artigiani fabbricanti di strumenti agricoli come le botti.
- I tini: anch'essi sono uno strumento del tutto originale della Battuglia di Pastellessa e rappresentano la parte ritmica che cadenza la base musicale fondamentale di tutto l'impianto armonico del suono; essa è prodotta percuotendo le cosiddette "mazzarelle" sul fondo del tino.
- Le falci: esse rappresentano forse l'elemento della morte e della rinascita, il ciclo della vita e delle stagioni che si ripete, oltre ad essere anche uno strumento contadino molto usato e presente nella cultura rurale dei maceratesi. Questo strumento, pur se pericoloso da maneggiare, risulta essere fondamentale per la Battuglia. Esse vengono suonate percuotendo un ferro sul bordo non tagliente della falce.
- I mazzafuni: come ci ricorda l'etimologia della parola, dovrebbero essere composti da mazze di legno e canapa o fune fatta di canapa (vista la grande coltivazione e produzione che a Macerata Campania, fino a agli ’70, si aveva della canapa). Oggigiorno la gomma e tessuti come il cotone hanno preso il posto della canapa.
- Le mazzarelle: dovrebbero essere per tutti dei piccoli bastoni di legno di 30 cm circa con la punta arrotondata, con le quali suonare le "tenelle" o "cupelle".
- Il capobattuglia: sui carri di "Sant’Antuono" si dispone "la Battuglia" (gruppo di suonatori), la cui esecuzione è diretta da un "capobattuglia" che con gesti dirige il ritmo eseguito dai "suonatori" e comanda i vari modelli ritmici mediante colpi di fischietto.

Esistono tre modelli ritmico-musicali che caratterizzano la Battuglia di Pastellessa:
(a) Il primo, il più importante e tradizionale modello ritmico-musicale è detto "musica a past' e 'llesse" (o pastellesse o pastellessa) e tale termine si riferisce a un'antica pietanza rituale a base di pasta e castagne lesse ancora oggi cucinata nel giorno di Sant’Antuono a Macerata Campania. Comunque sia, la musica a pastellessa è il modello ritmico più ricorrente nella Festa, inizia e si conclude con una specie di cadenza sospesa detta "ruglio" o "strenta". Qui infatti gli esecutori eseguono un rullato sui barili e sulle falci, mentre il capobattuglia concitatamente dà dei prolungati colpi di fischietto. Improvvisamente, poi, lo stesso capobattuglia emette un segnale fonico: ohì! Questo grido ha lo scopo di far riprendere il ritmo dopo la sospensione della "strenta" e così continuare la musica a pastellessa.
(b) Il secondo modello è chiamato "a musica 'e muorte" ossia "la musica dei morti". Il ritmo qui si presenta molto più lento ed è eseguito sulle botti, sui tini senza falci e senza fischietto.
(c) Il terzo e ultimo modello ritmico è detto "a tarantella" e serve normalmente per accompagnare qualche canzone.
I tre modelli ritmico-musicali in generale vengono fusi fra loro, secondo la fantasia e la creatività del capobattuglia.

I canti proposti sulla Battuglia di Pastellessa sono in genere quelli che i contadini e gli operai usavano cantare o recitare in antichità durante il lavoro, in modo da "alleviare" la durezza della fatica. Oltre a questa motivazione, per così dire, liberatoria, essi possono essere presi come rivelatori di un gusto, della fantasia e della pensosità del popolo rurale di "Terra di Lavoro". I canti erano scherzi, epigrammi, dispetti, motteggi, intessuti di frasi simboliche, equivoche, fantasiose, maliziosette, comunque sempre divertenti.

La diffusione della tradizione nei paesi limitrofi
Nel corso degli anni la Pastellessa e la festa di Sant'Antuono hanno "invaso" le comunità limitrofe di Macerata Campania. Prime fra tutte il comune di Portico di Caserta, che conserva da decenni la stessa tradizione. Un avvenimento storico lega le due comunità: dal 1 gennaio 1929 al 30 giugno 1946, a seguito della soppressione della provincia di Caserta, costituirono il comune di Casalba, dal nome dell'antica frazione di Macerata Campania, incorporato nella provincia di Napoli. Successivamente, con decreto n. 192 del 29 marzo 1946, i comuni aggregati riacquistarono la loro autonomia. Questo avvenimento, il convivere e l'essere un tutt'uno per oltre un quindicennio, ha consentito il "trasferimento" della tradizione al comune limitrofe.
Non bisogna poi dimenticare i comuni di Marcianise, Capodrise, Orta di Atella, Santa Maria Capua Vetere e San Tammaro i quali hanno introdotto da pochi anni (a partire dall'inizio degli anni 2000) nei festeggiamenti del Carnevale la beneamata sfilata maceratese, ai quali bisogna aggiungere però anche i gruppi folk di bottari di paesi come Vitulazio e Mondragone.
L'acquisizione dell'antica tradizione maceratese della Pastellessa da parte di Portico di Caserta, di Marcianise e di altri paesi se da un lato ha favorito la diffusione della Pastellessa fuori dai confini maceratesi, da un altro lato ha subito in questi posti delle trasformazioni, dovute al proliferare di errate interpretazioni e a contaminazioni del tutto inopportune, le quali si manifestano in versioni non originali della musica popolare maceratese e nella costruzione di Battuglie di Pastellessa sempre più lontane dalla civiltà contadina, ormai ispirate impropriamente al Carnevale. Tutto ciò ovviamente, non fa che allontanare le loro manifestazioni da quella che è la vera festa dei bottari, ovvero la festa di Sant'Antuono a Macerata Campania.

Fonte:
- sito web : www.omniamaceratacampania.it
- Pasquale Capuano, Sant'Antonio Abate e i Carri di Sant'Antuono, 2007
- Pasquale Capuano, Macerata - folklore e religiosità, 2005
- Andrea Massaro, "Aspetti di vita a Macerata e Caturano nei secoli passati", 1987